Aveva deciso. Le avrebbe confessato il suo amore. Si alzò dalla panchina e attraversò la piazza senza guardare, tanto in paese non c’erano macchine. Il basso muretto di mattoni separava la piazza dal panorama delle montagne intorno e l’aveva riparato dal vento fintanto che era rimasto sulla panchina. Spense il walkman mentre la cassetta suonava il finale di The Wild Boys, il suo regalo di natale ’84.
Appena in piedi gli si gelarono le orecchie tanto che dovette ripararsele con le mani. Il cappello di lana era nella tasca dei pantaloni, suo padre glielo aveva detto quante volte di metterlo? Un miliardo? Ma si sentiva ridicolo e poi nessuno dei ragazzi più grandi portava un cappello di lana. Del resto era anche l’unico con un cappotto invece che un piumino.
Aveva pregato i genitori, aveva provato a spiegargli che nessuno dei suoi amici portava più il cappotto. Che quelle scarpe erano indispensabili e che no, non andava bene una sottomarca e sembrava un cretino con lo zaino Invitta e le scarpe Timpirlan.
Il bar di Paola avrebbe aperto tra poco, lo avrebbe aperto lei e sarebbero rimasti almeno soli fino a quando il resto del paese non si fosse svegliato dal sonno pomeridiano. Decise di passare “di dietro” la parte del paese riparata dal vento, le pietre della strada erano scivolose di ghiaccio e fango e lui camminava sulla destra rasente ai muri delle case gettando ogni tanto uno sguardo a sinistra verso la balaustra che dava sul burrone.
Imboccò il vicolo che lo avrebbe portato nella piazzetta del bar e si sentì salutare. “Oh Roma!” Ettore. Un ragazzo di lì, più grande. Forse addirittura maggiorenne. “Andrea” rispose “Eh?” “Mi chiamo Andrea non Roma” Ettore fece una faccia seria “Sei di Roma no?”
Adesso ci becco pensò. Sono da solo, il paese dorme, i miei cugini non ci sono e io sono troppo piccolo. Troppo piccolo per Ettore. Lui è quasi uno grande. Nella sua testa si affollarono visioni di lui pestato, di Paola che arrivava di corsa, che lo soccorreva e lo baciava e… “Roma cazzo ridi? Il freddo t’ha fatto scemo” non aveva più lo sguardo serio “Hai da appiccià?”
Aveva una sigaretta in una mano e un accendino vuoto nell’altra. La visione svanì. Accendere? Sì, aveva ancora il pacchetto di fiammiferi che suo padre gli aveva dato due giorni prima, per i botti di capodanno. Li tirò fuori dalla tasca e li porse a Ettore che accese e poi se li infilò nel Moncler. Era il caso di farsi ridare i fiammiferi? No, meglio lasciar perdere.
Il campanile suonò i quattro rintocchi del pomeriggio. Doveva andare. Ettore che continuava a fissarlo gli disse “Vai al bar? Vengo anche io.” con uno strano sorriso. Poi si voltò e si incamminò verso la piazzetta del bar.
Non andava bene. Non avrebbe mai avuto il coraggio se ci fosse stato qualcuno. Forse poteva spingere Ettore giù dal burrone. Con tutta la legna accatastata vicino alle porte delle case sarebbe stato facile trovare il bastone giusto per una bella botta in testa. Poi immaginò il suo colpo andare a vuoto e lo sguardo tra il curioso e il divertito che avrebbe avuto Ettore appena prima di pestarlo. Con un sospiro rassegnato seguì Ettore nei vicoli grigi. Inutile farsi illusioni, non aveva abbastanza coraggio o forza per una cosa del genere.
Trascinava i piedi, sperava che andando piano Ettore si sarebbe stufato invece quello rallentò il passo.
“Roma sbrigati che voglio un caffè”
“E io che c’entro?”
“Tuo cugino m’ha detto che ti piace Paola”
Andrea sussultò come se Ettore gli avesse sparato una fucilata. Abbassò la testa per non farsi vedere in faccia. Sentiva una vampata sul viso, di sicuro era rosso come un semaforo. Ettore l’avrebbe preso in giro. Riprese a camminare infilò un dito in una bolla di quarzo plastico sul muro di una casa. Ne venne via una striscia di un metro. Sotto c’erano pietre, mattoni, la calce e il cemento. Una vernice vecchia su una casa ancora più vecchia.
Suo cugino l’avrebbe pagata. Forse. Aveva l’età di Ettore ed era pure più grosso. Essere il più piccolo della compagnia faceva schifo. Avere quattordici anni faceva schifo. L’unica cosa bella di quelle vacanze invernali era Paola. Anche lei era più grande ma solo di un anno e non lo prendeva mai in giro per come si vestiva.
“Roma? Ridi ancora da solo?” Andrea si scosse. Erano arrivati. Lasciò andare il pezzo di vernice che ancora teneva in mano. La saracinesca del bar era alzata e dall’interno arrivava il suono attutito del jukebox che suonava Cindy Lauper. Entrarono.
Il bar era piccolo, giusto quattro tavolini, il jukebox e un flipper più una stanza sul retro con il biliardo. “Ciao Andrea” il sorriso di Paola gli fece dimenticare ogni preoccupazione, sarebbe andata bene. Lui le piaceva, era evidente. Non sorrideva a nessuno in quel modo infatti ad Ettore non aveva sorriso per niente. Anzi aveva uno sguardo strano quasi preoccupato quando Ettore girò intorno al bancone e le si avvicinò.
Successe in fretta ma ad Andrea sembro svolgersi tutto al rallentatore. Ettore che mette un braccio intorno ai fianchi di Paola. I visi che si avvicinano. Le labbra e il suono liquido del bacio. Era il suono del mondo che muore.
Poi Paola mise le mani sul petto di Ettore e cominciò a respingerlo. I pezzi del cuore di Andrea cominciarono a ricomporsi. Lei non voleva. Le mani si strinsero a pugno. L’avrebbe difesa, ad ogni costo. Paola riuscì a spingere via Ettore, ansimò rossa in viso “Dai, mica stiamo soli” Sorrideva.
Stavolta Andrea si sentì andare in pezzi così piccoli che era sicuro sarebbe volato via in polvere se qualcuno avesse aperto la porta.
Ettore si sedette su uno sgabello davanti a Paola “Me lo fai un caffè?”
“Subito. Andrea una cioccolata calda vero?”
Doveva andarsene. Sentiva un dolore alla gola, una cosa che cresceva e che sarebbe sgorgata in un fiume di lacrime. Sentiva lo sguardo di Ettore pronto alla presa in giro. Poteva sopportare il dolore o l’umiliazione ma non contemporaneamente. Non lì. “Mi sono scordato i soldi a casa. Torno dopo.”
Paola mise sul bancone la tazza di cioccolata. “No André. Rimani, questa volta te la offro io”. Sorrideva ma del sorriso col quale si guarda un cucciolo o un bambino che fa un verso buffo. Lei sapeva. Sapeva chissà da quanto. E la divertiva. Aggiunse “Siamo amici no?”
Annuì. Era nudo. Esposto al divertimento di Ettore e alla pietà di Paola. Bevve in silenzio la sua cioccolata mentre i mattoni della consapevolezza della parola “amici” si schiantavano sul suo ego.


